Altare in marmo decorato e imponente.

Il culto di Santa Agrippina è uno dei più antichi e sentiti di tutta la Sicilia. La chiesa, che nelle sue cripte ha custodito il corpo della santa, è rimasta chiusa per anni a causa di lunghi e importanti interventi di restauro. Il 17 maggio del 2025 riapre con una solenne e storica dedicazione e consacrazione della chiesa e del suo nuovo altare in marmo.

La Cusenza Marmi è stata chiamata a realizzare il nuovo altare in marmo della Chiesa di Santa Agrippina a Mineo, piccolo borgo dell’entroterra catanese al confine con Caltagirone. La costruzione di un nuovo altare è sempre un’esperienza unica: un momento in cui arte, fede e tradizione si fondono in un progetto che non è mai soltanto architettura liturgica, ma diventa memoria e identità per un’intera comunità.

Ogni fase della lavorazione ha visto l’impiego di marmi pregiati selezionati con cura, uniti alla maestria artigianale tramandata da generazioni nella nostra azienda. Il risultato è un altare che coniuga stile classico e funzionalità liturgica, rispettando le linee architettoniche della chiesa ma al tempo stesso donandole un rinnovato splendore.

Sotto la guida del parroco pro tempore Don Matteo Malgioglio e del presidente protempore del comitato dei festeggiamenti di Santa Agrippina, dott. Antonio Gambuzza, particolare attenzione è stata dedicata alla progettazione dell’altare in marmo e alla scultura dei dettagli, pensati per esaltare la devozione verso Santa Agrippina, patrona tanto amata a Mineo. Il nuovo altare in marmo non è soltanto un luogo di celebrazione eucaristica, ma anche un’opera d’arte destinata a durare nei secoli, a testimonianza della fede e della bellezza del lavoro artigianale italiano.

Con questo intervento, la Cusenza Marmi conferma la propria missione: unire tradizione e innovazione nella lavorazione del marmo, portando avanti progetti sacri e civili che valorizzano la storia e il patrimonio culturale dei nostri territori

altare in marmo santa agrippina team cusenzamarmi
Il maestro Gaspare Cusenza e tutta la sua squadra, nella foto di rito, dopo il montaggio dell'altare in marmo
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L'esterno del santuario di Santa Agrippina a Mineo (CT)

L’altare della Chiesa di Santa Agrippina a Mineo è un’opera di grande pregio, realizzata in marmi policromi che uniscono eleganza e simbologia sacra. La struttura presenta linee solide e compatte, con una mensa superiore in marmo bianco di Carrara che dona luminosità e contrasta con la ricchezza cromatica dei pannelli sottostanti.

Il fronte e i lati sono decorati con una raffinata tecnica di commesso marmoreo, in cui spiccano il Rosso di Castellammare, il Verde Alpi, il Giallo antico di Castronovo, il diaspro antico di Sicilia e pannelli a rilievo in breccia pontificia, armonizzati da cornici geometriche che racchiudono motivi ornamentali.

Al centro del frontale campeggia uno stemma in marmo bianco di Carrara della cava cosiddetta di Michelangelo, perché la stessa dove il famoso maestro sceglieva i blocchi per le sue opere.  Lo stemma, scolpito a rilievo,  simbolo della cittadina e della santa, sormontato da una corona e incorniciato da un ovale che richiama la tradizione barocca siciliana. Sui lati, un secondo motivo decorativo nello stesso marmo bianco, raffigura un Leone che tiene in bocca 7 campanule, simbolo di Gesù che spezza i 7 sigilli dell’apocalisse.

La base è rifinita con una zoccolatura in marmo bianco, che alleggerisce l’impianto e conferisce equilibrio all’insieme, fondendosi con il pavimento marmoreo della chiesa.

In quest’opera la Cusenza Marmi ha saputo coniugare la maestria artigianale nella lavorazione del marmo con la sensibilità liturgica, dando vita a un altare che non è solo elemento funzionale del rito, ma anche testimonianza di arte sacra e identità comunitaria.

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Nel 2025 la riapertura del santuario di Santa Agrippina

Il 17 Maggio 2025, dopo lunghi anni di chiusura per i restauri, la chiesa è stata riaperta e con un emozionante rito di consacrazione dell’altare insieme  a quello di dedicazione della chiesa, la comunità tutta di Mineo ha assistito e partecipato numerosissima ad un evento raro quanto unico! 

La città di Mineo, arroccata nel cuore della Sicilia, ha vissuto un momento di profonda rinnovazione spirituale e comunitaria, un evento che ha legato indissolubilmente il presente a una storia quasi bimillenaria. La “Celebrazione della Dedicazione della Chiesa e dell’Altare” della Basilica di Sant’Agrippina, presieduta da Sua Eccellenza Monsignor Calogero Peri, Vescovo protempore di Caltagirone, non ha rappresentato una semplice cerimonia, ma la riaffermazione solenne di un’identità forgiata nella fede e nella devozione. In questo giorno, come annunciato, Mineo ha “riabbracciato la sua Santa Patrona”, riscoprendo il centro pulsante della propria vita spirituale.  

Questo rito sacro trascende la riapertura di un edificio. Le parole del celebrante chiariscono la portata teologica dell’evento: “non stiamo facendo semplicemente una semplice riapertura di una chiesa, quanto piuttosto procederemo per la consacrazione dell’altare e conseguentemente della Chiesa stessa”. 

Si tratta di un atto di rifondazione spirituale, un momento in cui la parola sacra non viene semplicemente ascoltata, ma anche “vista”, “toccata” e infine testimoniata. La consacrazione crea un ponte temporale, collegando idealmente questa cerimonia moderna alla prima, storica consacrazione avvenuta nel lontano 312 d.C.

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pannello frontale dellaltare durante la sua lavorazione scaled
stemma marmo mineo
dettaglio vista laterale altare in marmo leone 7 sigilli
altare in marmo vista laterale scaled

Per comprendere la profondità del culto radicato a Mineo, è essenziale risalire alla sua origine: la vita e il sacrificio di una giovane donna romana la cui fede incrollabile sfidò il potere di un impero. La storia di Agrippina è quella della scelta radicale che ha trasformato una nobile patrizia in una martire di Cristo.

Origini nobili e fede cristiana

Secondo i racconti agiografici, Agrippina nacque a Roma nel 243 d.C. da una famiglia dell’alta aristocrazia convertita al cristianesimo. Fin dalla giovinezza, scelse di donarsi totalmente a Dio, quale sposa di Cristo, attraverso la “verginità consacrata”, una forma primordiale di vita monastica femminile. Questa decisione la pose in diretto contrasto con le aspettative della società verso una donna del suo rango, il cui dovere era contrarre un matrimonio vantaggioso e assicurare una discendenza alla famiglia dello sposo.

Il suo nome stesso, di origine latina, veniva dato normalmente ai bambini che nascevano podalici, cioè “dapprima con i piedi”, un dettaglio che sembra presagire un cammino di vita non convenzionale.

La persecuzione di Valeriano

La vita di Agrippina si svolse durante uno dei periodi più difficili per i cristiani: il regno dell’imperatore Valeriano (253-260 d.C.). La sua politica persecutoria fu particolarmente brutale e mirata: colpì specificamente i cristiani di alto rango, senatori e cavalieri, esigendo che abiurassero la loro fede compiendo sacrifici pubblici agli dèi. Le donne nobili che si rifiutavano venivano private dei loro beni e condannate all’esilio. L’obiettivo di Valeriano era sradicare l’influenza cristiana dall’élite dell’impero.  In questo contesto, la posizione di Agrippina era estremamente pericolosa. Il suo essere una patrizia, e vergine consacrata a Cristo che rifiutava un matrimonio pagano, rappresentava un doppio affronto all’ordine costituito. La sua fede non era una questione privata, ma un atto pubblico di disobbedienza all’autorità imperiale e alla religione di stato, che serviva da strumento di unità e di forza per la società romana. 

Il processo e il martirio

Inevitabilmente, Agrippina fu arrestata e condotta davanti al tribunale. Lì professò con fermezza la sua fede in Cristo, rifiutandosi di sacrificare agli idoli. La sua testimonianza non fu solo una dichiarazione religiosa, ma un atto di resistenza politica. Per questo fu consegnata agli aguzzini. Le fonti agiografiche raccontano che fu flagellata così brutalmente da aver macerate le carni. Infine, dopo essere stata sottoposta a più aspri tormenti, fu decapitata, intorno al 258 d.C.

La sua storia si inserisce nel potente archetipo di santità femminile del periodo tardoantico: la vergine nobile e bella che preferisce un matrimonio celeste a uno terreno e la morte alla sottomissione a un’autorità pagana. La sua figura, insieme a quella delle sue compagne che ne recuperarono il corpo, rappresenta un modello di coraggio e solidarietà femminile in un mondo ostile, offrendo un’alternativa radicale al ruolo tradizionale della donna nella società romana.


La miracolosa traslazione e l’arrivo delle sacre spoglie in Sicilia

L’evento che lega per sempre il nome di Agrippina a Mineo è la traslazione del suo corpo martirizzato da Roma alla Sicilia. Questo viaggio, avvolto in un’aura di leggenda, per la comunità di Mineo non si riduce a un semplice trasporto di reliquie, ma rappresenta l’atto fondativo dell’identità religiosa della città, il momento in cui, attraverso le spoglie della Martire, i frutti della redenzione di Cristo ne hanno cambiato il volto per sempre.

Verso terre lontane

Molti anni dopo il martirio, in una Roma “ebbra del sangue dei cristiani”, tre devote vergini – Bassa, Paola e Agatonica – compirono, con l’aiuto di un monaco greco, in obbedienza a una divina ispirazione, un atto di straordinaria audacia: prelevarono il santo corpo della Martire dalla basilica di San Paolo Apostolo, dove giaceva incorrotto, per trasferirlo nel luogo che sarebbe stato indicato loro dalla divina Provvidenza.

Il viaggio miracoloso

Le tre donne intrapresero un lungo e periglioso viaggio verso la Sicilia, portando con sé il prezioso carico. La tradizione agiografica racconta che durante il tragitto, da Roma a Mineo, esse furono protette da una nuvola miracolosa e avvolte da un soave profumo. Questo dettaglio leggendario serve a far riconoscere il disegno divino, e la costante assistenza della Provvidenza, nella non facile missione intrapresa dalle tre vergini.

L’arrivo a Mineo e il primo miracolo

Dopo una sosta presso la costa di Agrigento, le reliquie giunsero a Mineo il giorno 17 maggio, in una località chiamata Drafone, in contrada Lamia, presso una grotta che da allora prese il nome di Grotta di Sant’Agrippina. Questa data è rimasta impressa nella memoria della città, che ancora oggi la celebra come festa della Traslazione, ed è stata appunto la data scelta per la dedicazione della chiesa con la consacrazione del nuovo altare in marmo.

Dalla grotta il corpo fu portato nella casa della nobile matrona Eupresia. Fu qui che avvenne il primo, fondamentale, miracolo in terra siciliana. Teogonia, la figlia paralitica di Eupresia, fu istantaneamente e prodigiosamente guarita al contatto con le sacre spoglie. Questo evento fu la scintilla che accese la devozione verso Sant’Agrippina. Il miracolo validò la santità delle reliquie in modo inequivocabile e stabilì un legame diretto e tangibile tra la martire romana e la comunità di Mineo. In segno di gratitudine, Eupresia fece realizzare il primo oratorio sul sepolcro della Santa (ancor oggi esistente presso la cripta della chiesa), dando inizio alla storia della basilica. L’arrivo della reliquia, quindi, non fu un evento passivo, ma un atto creativo: la reliquia agì, guarì, e così facendo consacrò il suolo di Mineo, trasformando la città nella sua dimora eletta.

Per il tramite di monaci basiliani il nome di Agrippina e la fama dei suoi miracoli si diffusero in tutta la Chiesa. Il calendario liturgico ricorda il suo “dies natalis” il 23 giugno, mentre a Mineo la sua festa, con concorso di popolo, è celebrata nelle due ultime domeniche di agosto, oltre che il 17 maggio, in ricordo della traslazione.